Un popolo, tante lingue
In uno dei miei giorni di malattia africana mi trovavo con Paul sul suo 4×4. Eravamo sul ciglio di una strada e il gruppo si era appena allontanato per attraversare un tratto di dune del Sahel. Si potevano intravedere in lontananza, le dune. Dall’altra parte della strada c’era un lago, non secco ma neanche straripante d’acqua, sulla riva una mandria di zebù dalle lunghe corna beveva e strappava qualche ciuffo di erba secca. Improvvisamente, come apparso dal nulla, al finestrino di Paul compare un tale, turbante in testa e un lungo bastone sulle spalle, si tratta evidentemente di un pastore. Paul abbassa il finestrino e il Pastore si mette a parlare in una lingua a me incomprensibile. Paul gli risponde. Alle mie orecchie i suoni emessi dai due sono simili, irriconoscibili e strani entrambi, primordiali. La situazione è paradossale, i due parlano ma sembrano non capirsi, la comunicazione verbale viene accompagnata da quella gestuale. Paul e il Pastore non si capiscono proprio e la prova definitiva me la dà ancora una volta Paul tentando di comunicare in francese, nuovamente senza successo.
In Burkina Faso il francese è la lingua ufficiale, la lingua dei colonizzatori, ma la parlano in pochi. Qualche adulto cresciuto in città, qualche bambino che la sta imparando a scuola. La lingua più diffusa è il Moorè, la lingua di Paul, ma anche questa non è parlata in tutto il paese.
In Italia ogni città, e a volte anche ogni paese, ha un proprio dialetto, ma la matrice è comune, la comunicazione, anche senza passare per forza dall’italiano è, anche se a volte con difficoltà, possibile. In Burkina a 400 km a nord della capitale due Burkinabè non possono comunicare tra loro.
Sì dice che sia la lingua a fare un popolo, ma in Burkina Faso non è così, almeno in apparenza. E se non la lingua, allora cosa? Forse il tessuto sociale, forse quell’intreccio di relazioni che ovunque ho sentito molto molto forte.
Di questo viaggio, tra le tante, mi rimarrà questa cosa, un popolo che non ha una lingua sua ma che nonostante questo si sente unito. Un popolo in cui le differenze vengono prese come un dato di fatto, ma non impediscono di costituire un unico grande stato, povero, forse, in termini monetari, ma ricco da molti altri punti di vista. Un popolo dal quale, noi che parliamo italiano, avremmo bisogno di imparare.











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