Il sorriso di Sankara e la Decrescita Felice dell’Africa

C’era una volta un presidente come non se n’erano mai visti che fece cose che non s’erano mai viste. Arrivato al potere nell’agosto 1983, anticipò le azioni dei movimenti e di alcuni (solo alcuni) governi di adesso. Era un presidente africano appena 34enne. Si chiamava Thomas Sankara. Il suo saheliano, polveroso, arido, contadino paese si chiamava Haute Volta. Nel primo discorso all’assemblea dell’Onu, il 4 ottobre 1984, lo definì così: «Il concentrato di tutte le disgrazie del mondo». Nello sforzo di dichiarare una vera indipendenza nazionale, la Haute Volta fu ribattezzata in Burkina Faso, ovvero “paese degli integri”. E dal fondo del mondo irruppe sulla scena mondiale per il suo esperimento di riscatto tumultuoso, senza dogmi.

«Contare sulle proprie forze», dicevano. Le forze indebolite di quel 90 per cento di popolazione contadina da sempre lasciata sola a lottare e produrre per la sopravvivenza. Le forze delle donne, “ultima ruota del carro”, oppresse da thomas-sankara-11uomini oppressi. Perfino le forze di un ambiente ostile, desertificato, da riportare alla vita con un modello sostenibile. La sfida di una strada autonoma, egualitaria e partecipativa per «osare inventare il futuro» (sempre parole di Sankara): fin nel più remoto dei villaggi ma con l’ambizione di parlare al mondo.

Di questa rivoluzione della dignità Sankara fu, è da tutti riconosciuto, l’eroe sincero e onesto. Ingenuo. Forse troppo avanti con i tempi. Chi arriva troppo presto semina sull’arido. Tutto finisce il 15 ottobre 1987. Thomas Sankara cade nella polvere di Ouagadougou ucciso da un golpe organizzato dall’allora vicepresidente e – come nelle tragedie antiche – suo ex amico fraterno: Blaise Compaoré. L’indignazione fu continentale ma nel paese in pochi si rivoltarono contro i golpisti. I contadini non erano ancora sufficientemente alfabetizzati alla politica. Tuttora Compaoré è presidente (per sempre?) del Burkina, tornato a essere un normale misero angolo del mondo dove il popolo si dà da fare ma è governato da persone abbienti con capitali all’estero.

Venti anni dopo Sankara è ancora un mito per i giovani africani. E sorprende l’attualità di quelle idee, invenzioni, azioni, campagne, progetti. Adatta a un paese che soffriva fame e sete, la rivoluzione aveva però portata universale. Ricerca del benessere per tutti con uno sviluppo centrato sui bisogni di base. Democrazia diretta. Autosufficienza alimentare, «due pasti al giorno e dieci litri di acqua per ogni burkinabè» e, in tutti i settori, «produciamo quello che consumiamo, consumiamo quello che produciamo» (il presidente stesso vestiva sovente “faso dan fani”, cotone coltivato, artigianalmente filato e cucito in Burkina).

Economia popolare da alimentare con risorse endogene. L’acqua, la salute, l’istruzione, la sostenibilità messi al centro dell’educazione e dello sforzo pubblico per creare infrastrutture oltre che strutture produttive. Ovunque cantieri per la realizzazione decentrata di opere idrauliche. Le tre lotte per fermare il deserto. Programmi di riforestazione “ogni villaggio un bosco”. Alfabetizzazione dei bambini e degli adulti e “ogni villaggio una scuola”. “Ogni villaggio un ambulatorio”. Liberazione femminile, con donne ministro, progetti sociali, la condanna di pratiche tradizionali. E anche “ogni villaggio un campo da sport”, e piccoli cinema nei piccoli paesi: le campagne devono diventare attraenti! E il Festival del cinema africano per celebrare l’orgoglio di un continente.

Al centro, un presidente che considerava l’austerità gaia un principio inderogabile: «Non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero». Moralità della politica. Lotta alla corruzione e agli sprechi – di soldi e di energia, acqua, materiali – nella pubblica amministrazione; famosa la vendita all’asta delle auto blu, sostituite, per il presidente e i ministri, con Renault 5. Ma c’è di più, cari politici italiani strapagati e straprivilegiati: lotta ai privilegi. Il “presidente più povero del mondo” possedeva libri, una moto, due chitarre, una casetta comprata con un lungo mutuo; guadagnava meno della moglie impiegata alle dogane. Mangiava due volte al giorno in genere alimenti locali. La (buonissima, nutriente) polenta di miglio. Allegria nella sobrietà. Il “semplice benessere per tutti” del mahatma Gandhi? Il semplice “ben vivere” di cui parla ora il boliviano Evo Morales?

Per un nuovo modello endogeno occorrevano fondi. Sankara criticò aspramente un modello di “aiuti allo sviluppo” che perpetuava la dipendenza e conveniva a chi lo faceva (governi ed “esperti”), e propose “l’aiuto che aiuti a farla finita con l’aiuto”. Vogliamo in nome di Sankara smettere di parlare di cooperazione internazionale e cominciare a chiamarla restituzione internazionale? La rivoluzione, primo caso al mondo, non accettò i ricatti del Fondo monetario: «L’austerità ce la facciamo da noi». E risanarono i conti.

Antimperialista (in tutte le occasioni alleato di chi si opponeva agli Stati Uniti, ma anche indipendente dall’Urss), anticolonialista (come ben si accorse Mitterrand), socialista non dogmatico, non allineato, il piccolo Burkina parlava al mondo e soprattutto a un’Africa popolata di grassi corrotti politici. Nel memorabile discorso all’Organizzazione per l’unità africana (Addis Abeba 1986), sintesi di alto pensiero politico, concrete proposte e molto humour, Sankara propose ai paesi indebitati di non pagare più, formulando il concetto di debito ingiusto, maturato in un casinò internazionale: «Non possiamo e non dobbiamo pagare il debito perché sono gli altri che hanno nei nostri confronti un debito che le più grandi ricchezze non potranno pagare: il nostro sangue versato». Ma al tempo stesso, schiaffo in faccia ai suoi corrotti colleghi nel continente, il suo monito al disarmo: «Non dobbiamo pagare il debito ma dobbiamo anche disarmarci».

Il capitano Sankara (che avrebbe voluto fare il medico ma gli studi militari, gratuiti, erano stati gli unici alla portata della sua famiglia povera e numerosa; nel suo Burkina rivoluzionario i militari erano una specie di genio civile) vedeva nel disarmo la precondizione per una vita degna per l’Africa, con lo sviluppo della solidarietà e dell’interscambio nel continente: «Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Vivere all’africana è il nostro solo modo di vivere liberamente e degnamente».

(Mariella Correggia, “L’Africa nuova di Sankara”, www.thomassankara.net).

Tratto da Libre Associazione di Idee

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This entry was posted on domenica, dicembre 20th, 2009 at 18:09 and is filed under Burkina Faso, I temi, Il Reality. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

3 Responses to “Il sorriso di Sankara e la Decrescita Felice dell’Africa”

  1. Marco Pulze Says:

    E’ incredibile come la forza d’animo di Sankara riesca ancora ad essere commovente. Forse ci sarebbe ancora bisogno di uomini “integri” come lui…

  2. Davide Says:

    Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Vivere all’africana è il nostro solo modo di vivere liberamente e degnamente». penso sia il solo modo per costruire un mondo ricco di umanità!!!

  3. mannequin head Says:

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